The Sgorbions Grew Up

La storia inizia con due amici, Jake Houvenagle e Brandon Voges, che un giorno se ne escono con una domanda esistenziale e una conseguente idea geniale:

“Te li ricordi i Garbage Pail Kids? Chissà che caz…spita di fine avranno fatto?”

e:

“Boh, se fossimo delle brave persone dovremmo creare una serie fotografica sui nostri vecchi beniamini, 30 anni dopo.”

Ora, siamo sicuri che sia andata più o meno così. E se anche voi vi state facendo una domanda e casualmente quella domanda è: “Chi cazzo sono sti Garbage Pail Kids?” vi illumineremo con piacere.

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Loro, sono loro.

In Italia chi ha più o meno 30 anni li chiamava Sgorbions e collezionava le loro figurine di nascosto dalla mamma. Gli Sgorbions erano dei personaggi trash-demenziali, prodotti dalla ToppsCompany e rilasciati per la prima volta nel 1985. Nascevano come una parodia dei Cabbage Patch Kids, quella serie di bambolotti osceni cresciuti sotto foglie di cavolo, però più putridi e fetidi dei pantaloncini di Nicko McBrain dopo il Rock in Rio.

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“Non porto nemmeno i boxer!”

Tutti questi particolari noi li sappiamo perché c’è Wikipedia, non pensate male.
Piuttosto guardatevi come sono cresciuti Adam Bomb, Barfin Barbara e amici, aspettando che Jake e Brandon ci regalino anche le versioni adulte dei loro cugini italiani Matteo Cappereo, Marcello Sbudello e Lorenzo Fetenzo.

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Photographer W. Brandon Voges (Bruton Stroube Studios) Concept Jake Houvenangle Retouching Jordan Guance (Bruton Stroube Studios) Producers Tony Biaggne, Matt Siemer and Sherry Tennil (Bruton Stroube Studios) Assistants Steve Eschner (Bruton Stroube Studios) Mandi Kohlmeier (Bruton Stroube Studios) Stacy Collier Hair/Makeup Julie Dietrich (Talent Plus) Priscilla Case (Talent Plus) Props/Wardrobe Cathy Rauch (Bruton Stroube Studios) Food/Barf Styling Cathy Chipley (Bruton Stroube Studios) Set Builder/Rigging Bill Stults (Bruton Stroube Studios)

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(via: Juxtapoz.com)

Self Shooting Goes Pro

C’era una volta un mondo in cui, per filmare uno stru(n)zo che scendeva in fuoripista da una montagna, serviva come minimo un elicottero.
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Era un mondo bello, le produzioni video erano affidate ai professionisti, le attrezzature erano leggere e maneggevoli quanto Bisteccone Galeazzi il 15 di agosto…

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Un raro esempio di telecamera a (s)palla.

…e una lunga carrellata a pelo d’acqua all’inseguimento di Kelly Slater rischiava di mozzargli la testa all’uscita dal primo tubo.

Giù la capoccia!

Quando si dice essere decollato.

Poi, a metà degli anni 10 del 2000 (si, siete vecchi) è cambiato tutto.
Nick Woodman, un ragazzone ammeregano col pallino della tavola pinnata inventa la GoPro, e da allora ognuno è in grado di farsi i suoi action-shooting da solo.
Tutto molto bello.
A parte il fatto che girare con una scatolina grigia attaccata alla fine di un bastone vi fa sembrare degli idioti.

Più o meno così.

Più o meno così.

Certo anche appiccicarsela in fronte vi trasforma subito in un losco guardone a caccia di topless sulla spiaggia di Riccione.

Qui lo dico a tutti i miei amici/amiche le cui chiappe sono rimaste impresse nei nostri filmini delle vacanze estive: non lo faccio apposta, scusate davvero.

Per fortuna, a prosciugare le paludi del selfie arriva un tipello paffuto che ci tende un’elica e ci salva dall’eccesso di fish-eye e dalle riprese fai-da-te: Lily Camera Drone.

Valà che espressione rubiconda.

Valà che espressione rubiconda.

Che è un drone lo dice il nome, cos’è un drone lo sapete tutti. Il primo che tenta una battuta tirando in ballo Star Wars lo uccido, che quelli erano Droidi, mica Droni.

E neppure i droni.

E neppure i droni.

Comunque dicevamo, questo drone pienotto e sorridente si lancia in aria e non ha bisogno di essere comandato: vi segue fedele come un cucciolo di labrador, con la differenza che non vi farà pipì sulla testa. È resistente all’acqua, ha un’autonomia di circa 20 minuti, lo si preordina per 500 dollaroni e non ha bisogno di fare vaccinazioni.

Who’s going pro now?